Crans-Montana, notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026.
Quaranta morti, 116 feriti. Le fontane pirotecniche incendiano il rivestimento in poliuretano del soffitto, le fiamme divorano il locale in pochi minuti. Una carneficina. Tra le vittime, diversi italiani.
La tragedia è reale, il dolore è reale. Ma quello che succede dopo è tutt’altra cosa.
Perché quando muoiono degli italiani all’estero, c’è sempre un copione già pronto.
Primo atto: l’indignazione nazionale. “Ma come, proprio in Svizzera! La Svizzera degli orologi, della precisione, del rigore! E poi ci fanno la morale a noi!”.
Secondo atto: la risposta elvetica, prevedibile come un orologio (svizzero, appunto). “Pensate a casa vostra. E il ponte Morandi? E la Torre di Pisa? E i vostri terremoti?”.
Terzo atto: settimane di botta e risposta sui social, articoli indignati, editoriali accorati, gare a chi ha più scheletri nell’armadio edilizio.
Tutto molto edificante. Letteralmente.
Peccato che questa pantomima non serva assolutamente a nulla, se non a distrarre da qualsiasi riflessione seria. Quaranta persone sono morte. Non per colpa della Svizzera cattiva o dell’Italia disorganizzata. Sono morte perché un locale non era sicuro. Punto.
Il dolore delle famiglie merita rispetto, non uno scambio di figurine del disastro tra tifoserie nazionali.
Ma almeno tutto questo bailamme mediatico ha prodotto un effetto collaterale interessante: in Italia si è riaperto il dibattito sulla sicurezza degli esercizi commerciali aperti al pubblico.
Il 15 gennaio il ministro dell’Interno Piantedosi ha emanato una direttiva a tutte le prefetture: controlli a tappeto, task force, promesse di rigore.
I risultati non si sono fatti attendere. Piper a Roma chiuso per sovraffollamento e assenza di vie di fuga sicure. Tabata a Sestriere sospeso per aver fatto entrare quasi 400 persone oltre la capienza. COA a Milano sequestrato il 15 gennaio per apertura abusiva. Solo a Roma, durante i controlli per il Giubileo, erano stati chiusi una sessantina di locali per irregolarità simili.
Dopo una tragedia del genere — soprattutto se ci sono italiani coinvolti — bisogna fare qualcosa. O almeno sembrare che si faccia qualcosa.

I controlli sulla sicurezza dopo Crans-Montana
E qui viene il bello. Ed è proprio per questo che, quando si parla di sicurezza nei locali privati — ristoranti, discoteche, pub — la linea è chiarissima: se non sei in regola, chiudi. Fine della storia.
Non importa se hai investito centomila euro, se dai lavoro a dieci persone, se sei a un passo dall’agibilità. La sicurezza non si negozia, ricordi? E quindi giù di sigilli, sequestri, denunce.
Giusto. Sacrosanto. Inattaccabile.
Quando il rigore smette di essere universale
Però c’è un piccolo dettaglio. Anzi, grande. Gigantesco. Perché se davvero la sicurezza non si negozia, se davvero è un principio assoluto e non un optional stagionale, allora dobbiamo parlare di un altro tipo di edificio. Un edificio dove ogni giorno entrano milioni di persone. Dove la sicurezza dovrebbe essere, almeno sulla carta, ancora più sacra.
Stiamo parlando degli edifici pubblici. Delle scuole.
E qui, stranamente, tutto quel rigore improvvisamente evapora.
Quando le norme valgono solo sulla carta
Facciamo un gioco. Sei proprietario di un ristorante, di una discoteca, di un locale. Ti arriva l’ispezione, ti manca il certificato di agibilità.
Il motivo? Una difformità catastale: un muro interno spostato di 30 centimetri rispetto alle planimetrie degli anni ’80. Nient’altro.
L’ispettore non vuole sentire ragioni: “Le norme sono norme. Chiudiamo tutto”.
Puoi spiegare che l’edificio è solido come una fortezza, che hai ristrutturato tutto sei mesi fa, che gli estintori sono nuovi, che le uscite di sicurezza sono il doppio di quelle previste per legge. Puoi mostrare fatture, perizie, fotografie. Non importa.
Senza quel pezzo di carta, sei fuori dal mercato.
Perché per lo Stato conta prima di tutto la conformità formale, non la valutazione caso per caso della sicurezza reale. La sostanza passa in secondo piano. Conta il timbro giusto sul foglio giusto.
E il paradosso è che funziona anche al contrario. Puoi avere tutti i certificati del mondo — agibilità, prevenzione incendi, conformità — e poi scoprire che in caso di emergenza reale il tuo locale è una trappola mortale.
Perché le certificazioni fotografano un momento, non garantiscono uno stato permanente.
Il vigile del fuoco passa, controlla, firma. Due mesi dopo installi arredi che restringono le vie di fuga, modifichi gli spazi, cambi la capienza di fatto.
La carta dice che sei in regola. La realtà dice che in caso di incendio qualcuno potrebbe morire.
Questo allo Stato interessa davvero solo quando succede il disastro. Prima, conta soprattutto la burocrazia.
La forma prevale sulla sostanza.
Ed è proprio questa logica iper-formalista — cieca alla realtà concreta — che rende ancora più grottesco il doppio standard applicato agli edifici pubblici.
Ora sei un genitore. Accompagni tuo figlio a scuola. Quella scuola non ha il certificato di agibilità.
Non è un caso isolato: secondo i dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica elaborati da Legambiente 2024, solo il 47% degli edifici scolastici italiani ne è dotato. Il resto — oltre la metà — funziona senza.
Meno del 15% degli edifici in zona sismica rispetta la normativa antisismica.
Tuo figlio entra in un edificio che, se fosse un esercizio commerciale, sarebbe stato chiuso anni fa.
Ma siccome è una scuola pubblica, tutto fila liscio. Nessun sigillo, nessun sequestro, nessuna indignazione.
Perché? Perché chiudere una scuola è politicamente impossibile.
E allora si inventa una distinzione geniale: quella tra norme sulla carta e sicurezza “sostanziale”.
“Certo, manca l’agibilità, ma la struttura è sostanzialmente sicura”.
Quella parolina magica — sostanzialmente — che trasforma l’arbitrio in buon senso.
Al proprietario dell’esercizio commerciale questa opzione non viene concessa.
Per lui esistono solo le norme.
Benvenuti nel Paese della sicurezza a geometria variabile.
Il servizio essenziale come passepartout
La scuola è un servizio essenziale. Non possiamo chiudere le scuole, dove li mettiamo i ragazzi? Il diritto all’istruzione è costituzionale.
Argomento nobile. Peccato che sia una truffa intellettuale.
Il diritto all’istruzione e il diritto alla sicurezza non sono in conflitto: sono entrambi costituzionali. Dire “non possiamo chiudere le scuole” significa solo una cosa: abbiamo deciso che la sicurezza costa troppo.
Il problema non è lo Stato in sé, ma il modo in cui gestisce il proprio fallimento strutturale, trasformandolo in normalità amministrativa.
E questa storia del servizio essenziale vale solo quando fa comodo. Gli ospedali non conformi si chiudono, i ponti pericolanti pure. Ma le scuole? No. Quelle sono troppo complicate.
In realtà non è complessità. È convenienza politica.
Chiudere un esercizio commerciale colpisce un privato e poche persone.
Chiudere una scuola colpisce migliaia di famiglie e scatena l’inferno.
Quindi si fa finta di niente.
Il gioco delle tre carte della responsabilità
Nell’esercizio commerciale c’è un titolare. Se qualcosa va storto, è colpa sua. Nome, cognome, codice fiscale.
Nella scuola pubblica la responsabilità è un gioco delle tre carte.
Comune, Provincia, Ministero, dirigente scolastico. Tutti coinvolti, nessuno realmente esposto.
Risultato: tutti hanno fatto la loro parte, mentre il controsoffitto cade.
Quando la responsabilità è così diluita, non è più di nessuno.
E se non è di nessuno, nessuno rischia davvero.
Il titolare dell’esercizio commerciale, invece, paga. Sempre.
Lo Stato chiama questo “rigore”.
La scuola pubblica lo chiama “complessità istituzionale”.
Il vero nodo: il costo politico della coerenza
Le norme sulla sicurezza scolastica esistono. Sono chiare, persino severe.
Il problema non è l’assenza di regole. È che applicarle costerebbe troppo, politicamente.
Se chiudessimo tutte le scuole non in regola, il Paese si fermerebbe.
Genitori inferociti, emergenza sociale.
E il politico che se ne assume la responsabilità?
Quindi si sceglie la via comoda: non applicare le regole, ma continuare a dichiararle sacre.
Task force, piani pluriennali, protocolli. E poi nulla. O il minimo indispensabile per dire “stiamo lavorando”.
Si convive col rischio, lo si normalizza, lo si chiama “emergenza strutturale”.
Fino a quando un soffitto cede.
E allora, per qualche settimana, torneremo a ripetere che la sicurezza non si negozia.
Il paradosso finale
Lo Stato che chiude un esercizio commerciale senza agibilità tiene aperte scuole senza agibilità.
Lo stesso che pretende dal privato il rispetto maniacale di ogni norma si concede proroghe indefinite quando si tratta di sé stesso.
Non è ipocrisia. È razionalità politica.
Chiudere un locale è facile: colpisci un privato e ti fai la reputazione del rigore.
Chiudere una scuola è suicidio politico.
Così la sicurezza diventa selettiva per convenienza, non per principio.
Viviamo in un Paese dove un diciottenne entra in una discoteca sapendo che, se non è in regola, chiuderà in 24 ore.
Ma entra ogni giorno in una scuola con rischio sismico elevato e nessuno si sogna di fermarlo.
Perché la discoteca è un esercizio commerciale.
La scuola è un servizio pubblico.
E i servizi pubblici, in Italia, non si chiudono mai: si gestiscono, si normalizzano, si dichiarano “strutturali”.
La domanda è semplice:
la sicurezza è un principio assoluto o una variabile politica che attiviamo solo quando il costo è sostenibile?
Quale prezzo collettivo siamo disposti a pagare — in soldi, disagi e coraggio politico — per applicare davvero le stesse regole a tutti?
Aspettiamo le vostre risposte.
Quelle vere.
